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Qualità dell’aria in Italia, nel 2025 migliorano PM e biossido di azoto

18/04/2026

Qualità dell’aria in Italia, nel 2025 migliorano PM e biossido di azoto

Il 2025 consegna all’Italia un quadro della qualità dell’aria che, pur senza strappi clamorosi, conferma una tendenza favorevole già osservata negli ultimi anni. I dati raccolti dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, attraverso il monitoraggio diffuso di Ispra e delle Agenzie ambientali regionali e provinciali, mostrano infatti una situazione nel complesso stabile, con il rispetto dei limiti di legge per diversi inquinanti su gran parte del territorio nazionale e alcuni segnali di miglioramento che meritano attenzione. Restano però zone fragili, dove le criticità continuano a manifestarsi con regolarità, e soprattutto rimane aperta la questione dell’adeguamento ai nuovi parametri europei, molto più severi di quelli oggi in vigore.

Il dato più netto riguarda il PM10, che nel 2025 ha rispettato il valore limite annuale in tutte le regioni italiane. Anche il limite giornaliero, che non dovrebbe essere superato per più di 35 giorni all’anno, risulta rispettato nel 92% delle stazioni di monitoraggio. Dove la situazione continua a presentare difficoltà è soprattutto nelle aree già note per la loro vulnerabilità atmosferica, a partire dal bacino padano, passando per l’agglomerato Napoli-Caserta e la Valle del Sacco, con casi isolati anche nella pianura venafrana e a Palermo. Si tratta di territori nei quali le condizioni meteo invernali, fatte di ristagno dell’aria, inversioni termiche, assenza di piogge e ventilazione debole, finiscono per amplificare la concentrazione degli inquinanti.

Polveri sottili e biossido di azoto, il miglioramento c’è ma non basta

Anche sul fronte del PM2,5 il quadro appare incoraggiante. Il valore limite annuale risulta rispettato quasi ovunque e, secondo le prime elaborazioni, nel 2025 si osserva una riduzione media di circa il 14% rispetto alla media del periodo 2015-2024. È un dato importante, perché riguarda una delle frazioni più insidiose del particolato atmosferico, quella che riesce a penetrare più in profondità nell’apparato respiratorio e che quindi ha un impatto sanitario particolarmente rilevante.

Un andamento positivo emerge anche per il biossido di azoto, che conferma una riduzione progressiva già visibile nell’ultimo decennio. Il limite annuale è rispettato nel 99% delle stazioni, mentre quello orario risulta rispettato ovunque. I superamenti residui si concentrano in un numero ristretto di punti collocati in grandi aree urbane, soprattutto in prossimità di arterie stradali ad alto traffico, come negli agglomerati di Milano, Genova, Napoli, Catania e Palermo. È un’indicazione chiara, che continua a legare questo inquinante alla mobilità urbana e alla pressione veicolare nelle città più congestionate.

Nel complesso, l’informativa annuale di Snpa descrive un miglioramento diffuso e statisticamente significativo anche nelle regioni coinvolte negli anni scorsi nelle procedure di infrazione europee per il superamento di PM10 e NO2. Alcune aree hanno già fatto registrare un rientro nei limiti, mentre altre si stanno avvicinando gradualmente alla conformità. È un progresso concreto, ma che va letto con prudenza, perché la nuova cornice normativa europea alza sensibilmente l’asticella.

L’ozono resta il nodo più difficile e il 2030 impone un cambio di passo

Se polveri sottili e biossido di azoto raccontano una traiettoria di graduale miglioramento, l’ozono continua invece a rappresentare il fronte più problematico. In larga parte del Paese, i livelli di concentrazione restano superiori agli obiettivi fissati dalla normativa e soltanto una quota molto limitata delle stazioni, pari al 9%, riesce a rispettare l’obiettivo a lungo termine. L’estate 2025, segnata da caldo estremo e assenza di precipitazioni, ha aggravato ulteriormente la situazione, favorendo diffusi superamenti anche della soglia di informazione prevista a tutela della popolazione.

Il comportamento dell’ozono, del resto, è strettamente legato alle condizioni atmosferiche e alla radiazione solare, e proprio per questa ragione i mesi più torridi finiscono per trasformarsi in un fattore di rischio aggiuntivo. In un contesto climatico che tende a rendere più frequenti e persistenti le ondate di calore, il problema non può essere considerato episodico né marginale.

Su tutto il quadro pesa poi la nuova Direttiva europea sulla qualità dell’aria, entrata in vigore il 10 dicembre 2024 e destinata a essere recepita nell’ordinamento italiano entro il 2026. I nuovi limiti dovranno essere raggiunti entro il 1° gennaio 2030, ma già oggi appare evidente che i livelli registrati in molte zone del Paese risultano ancora superiori ai parametri richiesti. Significa che le misure messe in campo finora, pur avendo prodotto effetti visibili, non saranno sufficienti da sole. Serviranno strategie aggiuntive, più incisive e più rapide, capaci di intervenire sulle emissioni in maniera strutturale.

Il 2025, dunque, non segna un traguardo, ma un passaggio intermedio. I dati mostrano che il miglioramento esiste ed è distribuito su base nazionale, ma raccontano anche quanto il margine da recuperare resti ampio, soprattutto se il riferimento diventa non soltanto la normativa europea futura, ma anche i valori guida dell’Organizzazione mondiale della sanità. La qualità dell’aria italiana sta cambiando, però con una lentezza che non consente compiacimenti e che rende sempre più urgente un salto di qualità nelle politiche ambientali, urbane, industriali e dei trasporti.

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Andrea Bianchi

Autore di articoli di attualità, casa e tech porto in Italia le ultime novità.